Ogni domenica, su l'Altro, una narrativizzazione di un fatto di cronaca. Ho cominciato io, da qui:
IMMIGRATI: IN DECINE IN 2 SEMINTERRATI VICINO A TRIBUNALE ROMA
(AGI) - Roma, 22 mag. - Le segnalazioni sono arrivate direttamente dai cittadini, cosi' questa mattina gli uomini del nucleo di Polizia Giudiziaria del XVII Gruppo, diretto dal comandante Antonio Bertola, hanno dato vita ad una nuova operazione di contrasto dell'immigrazione clandestina e del degrado urbano. In via Costantino Morin, a due passi dal Tribunale Penale di piazzale Clodio, in due seminterrati di circa mq. 50 erano stipati 20 cittadini extracomunitari tra i quali una donna e tre minori. Le condizioni igienico sanitarie si sono rivelate da subito disastrose con la presenza di insetti e formiche tra i generi alimentari per lo piu' cipolle e riso, dei tegami con alcune salse erano tenuti anche nel bagno. Sette dei fermati di eta' compresa tra i 20 ed i 42 anni si sono introdotti clandestinamente nel nostro Paese ed e' per questo che sono stati tutti accompagnati presso l'Ufficio Immigrazione. Saranno puntuali le denunce agli intestatari dei contratti di affitto come prevedono le norme che puniscono chi trae profitto da situazioni di clandestinita' o comunque le favorisce. Il controllo si e' poi spostato in piazzale degli eroi dove sempre in circa mq 50 sono state trovate ben 9 persone tra cui un intero nucleo familiare con due minori e 13 posti letto. Gli occupanti tutti originari del Bangladesh sono comunque tutti in regola con il permesso di soggiorno ed hanno esibito una dichiarazione del proprietario dei locali, un cittadino italiano, di gratuita ospitalita' a tempo indeterminato. Agli agenti municipali hanno invece dichiarato di pagare un affitto di circa 1.200 euro mensili. L'intera operazione e' ancora in corso.
Grazie Roma
La canzone (testo in corsivo) e' L’imbroglio degli a’67, disco Suburb
Mahatma si sveglia sudato, i capelli bagnati attaccati alla fronte, gli occhi grandi che scrutano la stanza. Sembra tutto apposto, è stato solo un sogno: Mahatma correva, scappava senza trovare riparo.
La madre e il padre stanno salutando Allah quando Romesh passa a chiamarlo. È estate, le scuole sono chiuse, il padre lavora ancora alla moschea, la madre sta in casa, a tessere tappeti. La casa di Mahatma è piena zeppa di libri e Mahatma non fa altro che leggere e giocare a pallone con il Supersantos autografato da Francesco Totti che gli ha regalato un turista romano alla moschea.
Saluta Allah, poi la madre e il padre e raggiunge Romesh. Si porta con sé la sensazione del sogno, quel sogno che fa quasi ogni notte. Al campo incontra Jamila, glielo racconta e lei gli accarezza la guancia e gli dice di stare attento, di non allontanarsi, di lasciarlo correre quel pallone se se ne scappa.
Roma, Radio Onda Rossa, ore 8.32
Lavorando una vita intera / per dare ai miei figli quello che io non ho mai avuto / e all’improvviso ti svegli e non sai dove sei andato dividendo quello che è stato / da quello che avresti voluto
La cantano in napoletano gli ‘a67 e ai bangla la canzone piace, la manda spesso la radio. Anche quando arriva il blindato la stanno ascoltando. Le sirene spiegate e i manganelli che battono sulla porta, Sarat che si sveglia piangendo, Romesh che sputa un boccone di riso per lo spavento, Jamila che si mette il velo di corsa, senza nemmeno lavarsi la faccia. Il manganello continua a tuonare, una due tre percosse che sembrano boati. Mahatma corre ad aprire e le guardie irrompono. Ne entrano due insieme, gli camminano addosso, costringendolo ad arretrare. Ne entrano altri, sembrano tanti. Le sirene fuori alla strada smettono ma Sarat non la finisce di piangere, la mamma non gli può cambiare il pannolino, non ora, lo prende in braccio e lo nasconde sotto al velo.
Perché questo è l’imbroglio: la vergogna di un tempo / che ci fa correre senza fiato / dietro a tutto quello che non abbiamo / per dimenticare chi siamo / e quello che dentro abbiamo
“Largo… documenti. Documenti ho detto!”, senza dare tempo al dipanarsi dello shock, l’uomo in divisa sbatte il manganello sul tavolo. “Ferma tu, dove credi di andare?”, Jamila apre un cassetto e ne tira fuori un pezzo di carta. È una dichiarazione del proprietario del locale, un cittadino italiano, di gratuita ospitalità a tempo indeterminato.
“Invece noi paghiamo 1200 euro al mese!”, fa la donna, il bambino attaccato al seno, sotto al velo.
Il poliziotto non si fida, le strappa il foglio dalle mani e se lo mette in tasca.
E ogni lacrima è un mare dove affondano le paure di domani / dentro un giorno che non cresce / sotto a questi occhi chiusi troppo presto
“I documenti ho detto, documenti e permesso di soggiorno”.
Jamila gli dà pure quelli, documenti e permesso di soggiorno, glieli dà pure Romesh, e infine Mahatma.
“E gli altri? Dove sono gli altri? Perché qui non ci vivete solo voi, giusto?”, seccato di non aver scovato clandestini.
“A lavoro”, fa Mahatma.
“Ah, perché voi lavorate pure?!”, noi lavoriamo pure si ripete in mente Mahatma, mentre Jamila lo guarda, Jamila che gli legge nel pensiero, Jamila che quel pomeriggio gli gridò nooo, fermati Mahatma! Ma Mahatma non si fermava, correva appresso al pallone che rimbalzava verso il dirupo. Fu quando lei gli urlò di fermarsi nel nome di Allah che Mahatma si paralizzò, mentre il Supersantos faceva il suo ultimo rimbalzo: il piccolo globo arancione si frantumava in migliaia di pezzettini e Mahatma stava steso per terra, a pancia sotto, con le mani che gli coprivano la testa.
Perché qui i veri morti non sono quelli sparati / ma quelli spenti dentro da una vita che prima li ha uccisi / e poi se li è dimenticati
“Certo che lavoriamo, come pensa che gli porto da mangiare a mia moglie e a mio figlio?”.
“Rahman Mahatma, di anni 26, me la dici una cosa? Ma come gli è venuto in mente a tua mamma di darti un nome così?”, sghignazza il poliziotto sotto ai baffi cercando il consenso dei colleghi. Uno di loro ne ripete il nome: “Capo c’hai ragione c’hai, ma che razza di nome è?”.
“Il nome me l’ha dato mio padre, e non mia madre, signore. È un nome sanscrito, sebbene io sia musulmano. È chiaro che lei ha degli enormi vuoti culturali se non lo conosce. Immagino che invece conosca il nome Karol”.
“Papa Wojtyla, e come se non lo conosco… ah regazzì, ma pe chi m’hai preso, pe quel’ignoranti de li fratelli tua?!”.
“Ebbene signore, ci fu un uomo di nome Mahatma ugualmente famoso. Ha mai sentito parlare di Gandhi?”.
“Aho’, ma che me devi tenè lezione de le cose tua? Vie qua che mo te carico pe primo a te”.
“Lo lasci stare! Non ha fatto niente!”, grida Jamila “siamo regolari, vi abbiamo fatto vedere i permessi! Piuttosto andate a cercare il proprietario di questo posto, è lui il delinquente!”.
Amore mio c’hanno imbrogliato / è solo una bugia / il sole non scalda per chi è senza sorte / e il vento non busserà mai a questa porta
“Signora, si calmi, si metta a sedere e si beva un bel bicchiere d’acqua che l’acqua nostra non mischia il tifo come la vostra”.
Libero per lottare, dimostrare il suo valore
“La nostra acqua non porta il tifo. Il mio paese è il Bangladesh”, fa Mahatma. Jamila gli parla nella loro lingua, perché quegli occhi li conosce, quello sdegno lo consoce.
Arrivare da qualche parte sia come sia / tutto che ti domina / da un capo all’altro / deve cambiare / nella tua vita niente è facile / tutto si deve conquistare
“E no signora, tu qui parli la nostra lingua, tanto la sai no? Dimmi che gli hai detto? Nascondete qualcosa? Droga? Hashish? Oppio?”.
Le guardie cominciano a perquisire il seminterrato, tirano fuori i vestiti, buttano per terra le vivande, le pentole, i piatti. Il piccolo Sarat ricomincia a piangere.
Jamila guarda Mahatma, Mahatma guarda la pistola nella fondina di uno dei poliziotti.
Jamila gli dice il pallone Mahatma, ti ricordi il pallone? Noi siamo qui adesso, e c’è pure tuo figlio, e ricordati quello che porto in grembo Mahatma, sarà una bambina, ne sono sicura, una bellissima bambina, la bambina che vorresti.
Il lavoro continua / continua la lotta / lotta per la vita / vita di pena / guardare il cielo / cercare nella terra / le soluzioni per un imputato che non sbaglia mai / se qualcuno urla / il sogno finisce sotto terra / (ed è) chi ha la peggio / in questa guerra / lavoro di un sogno / un sorriso triste.
"I padri ci vogliono"
Non so perché ma di pari passo alle statistiche sull’aumento delle convivenze, sulla diminuzione dei matrimoni religiosi e dell’indice di natalità in Italia fioriscono raccolte di racconti sul rifiuto della maternità ed ora se n’è aggiunta anche una che ha alla sua base l’idea perduta della paternità. L’antologia in questione – “Padre (pagg. 185, euro 15.50, Elliot)” – raggruppa pochi autori fra i trenta e i quarant’anni circa – e ci dà conto della perdita di un altro di quei tasselli forti su cui si basava una certa idea di famiglia che ora non c’è più, ma ci ricorda – se mai ce ne fosse bisogno – che è vero quello che ci diceva il grande Totò in suo film “i padri ci vogliono, i padri sono utili, i padri servono”. Della presenza-mancanza del loro padre narrano in questa raccolta due autori napoletani: Alessandra Amitrano autrice che si impose all’attenzione con il fulminante “Broken Barbie” e Sergio Nazzaro autore di “Io, per fortuna c'ho la camorra”. Sergio Nazzaro in “Pugni di sabbia” narra la storia di un padre irrequieto e fattivo che in omaggio al memento evangelico “Nemo propheta in patria” non riconosce la voglia del figlio di scrivere dell’ambiente camorristico dove loro piccoli borghesi senza legami di sangue con il crimine sono condannati a vivere immersi in un male assoluto. Il padre rimprovera all’autore di avere detto delle cose che andavano taciute per il quieto vivere, ma soprattutto gli rimprovera il fatto di non avere scritto lui “emulo” un besteller come Soriano (?) che avrebbe almeno sortito l’effetto di regalargli una nuova casa ed una nuova vita. Nazzaro prende su di sé il prezzo del suo peccato indicibile arrendendosi ad essere considerato come un untore minore. In “Padre di niente”, che nel suo genere a me sembra un racconto perfetto, la Amitrano racconta di un padre eterno cicciobello gagà che passa da auto lussuose a giochi d’azzardo dimenticandosi di fare alcunché per legittimare il suo essere genitore maschio. Una lunga discesa negli inferi di un’infanzia dolente, ma che non trasfigura, fino alle domande di senso di Diego, nuova linfa, a cui A. risponde con un richiamo ad una somiglianza fisica con gli arti del padre “identiche a quelle che ti accarezzano, ti danno da mangiare, ti hanno cambiato tante volte il pannolino, ti prendono in braccio”.
Vincenzo Aiello
Ma dov’è il punto G? Io ho sempre pensato che sta abbastanza in fondo e non è così facile da raggiungere, perché, almeno nel mio caso, un po’ se ne scappa. Invece Maia del Sexyshock di Bologna, ospite del Ladyfest venerdì sera allo Strike, nel corso del suo workshop sui sex toys, ci ha detto che sta dalle parti delle pareti spugnose della vagina e che viene stimolato più da un “esci esci” che da un “ficca ficca”. Ce l’ha fatto vedere mettendo pollice e indice delle rispettive mani a L e poi facendo toccare le quattro dita, a formare una specie di rombo che riproduce il disegno della vagina. Se direzioni i pollici in alto, diciamo che lì, nel punto in cui s’incontrano, è situata la clitoride e dietro, all’interno, dovrebbe stare il punto G.
Maia ci ha fatto vedere uno dei loro fantastici vibratori, un sex toy creato appositamente per la magica stimolazione: ha la cappella leggermente a uncino, non è particolarmente lungo né largo, ma la sua fisionomia garantisce una stimolazione anatomicamente ad hoc.
“Attenzione all’igiene”, si raccomanda Maia.
“Si possono lavare in lavastoviglie?”, domanda una ragazza.
Sex toys, guida all’uso, un opuscolo autoprodotto dalle fatine del Sexyshock, dispensa ottimi consigli per l’utilizzo dei giochi, igiene e lubrificazione comprese:
- Prima e dopo l’uso, lavateli con sapone neutro e acqua tiepida.
- Non fate bollire i vibratori e gli oggetti delicati (come materiali in jelly).
- Se condividete vibratori o dildi con uno o più partner, proteggeteli con un preservativo. Oppure indossate il femidom.
- Utilizzate assieme ai toys lubrificanti a base d’acqua, perché i prodotti a base di olio (burro, olio per massaggio, lubrificanti a base d’olio) distruggono il lattice.
Durante il seminario, Maia ha passato in rassegna una vastissima gamma dei più svariati feticci del piacere, ce li ha fatti vedere e poi, una a una, dopo aver indossato dei guanti di lattice, ce li siamo passati per osservarli più da vicino. Sono stata particolarmente colpita dalle Palline della geisha, due palline contenenti una sfera di metallo che muovendosi produce una vibrazione. Una pallina va infilata nella vagina, in prossimità del collo dell’utero, e la seconda va giusto sotto la prima. Ogni movimento fa sì che la seconda palla colpisca quella situata più in profondità, diffondendo vibrazioni in tutta la zona genitale.
“I sexy oggetti ci sono perché sono ironici, sfatano miti e sfeticciano feticci”, recita l’illuminante opuscolo, “sono loro stessi possibili feticci perché il mondo è sessuabile e tutto il bello della vita è la sperimentazione. Nella sperimentazione sessuale c’è molta energia bella e rivoluzionaria. Non c’è un modo sbagliato e uno giusto per vivere la sessualità, e la fantasia svolge un ruolo fondamentale. Se da una parte, approcci giudicanti, censura e tabù possono inibire una vita sessuale piena e soddisfacente, dall’altra il bombardamento di immaginari sessuali stereotipati cui siamo sottoposti rischiano di diventare gabbie cognitive e comportamentali non meno opprimenti. L’immaginazione è un muscolo! E allora: esercizio!”.
Non meno significativo è stato un altro workshop di questa edizione del Ladyfest. Due giorni per sole donne, etero, omosessuali e trans compresi, dedicati all’esplorazione della pornografia. Una pornografia rivoluzionaria, non fallocratica, fatta dalle femmine per le femmine.
Curato da Slavina, il laboratorio si è svolto durante i pomeriggi di venerdì e sabato al Forte Prenestino. “All’inizio, dopo la propaganda sul web, si erano iscritte solo sei persone. Invece venerdì eravamo in ventitrè”. Non posso fare a meno di osservare la ricorrenza di questo numero, altamente significativo per tutto il movimento. Il 23 simbolicamente inteso come movimento, trasformazione. “Prima di cominciare il workshop”, continua Silvia aka Slavina, “ero un po’ perplessa… un’amica, che avrebbe dovuto condurlo con me, si è tirata indietro un paio di giorni prima dell’inizio. Non puoi immaginarti quanto ci sono rimasta male… ma mi sono fatta coraggio, sono partita (Silvia vive a Barcellona ndr), sono venuta a Roma e ho deciso di tenerlo da sola (con l’aiuto di due bellissime lesbiche spagnole ndr)”.
“Mi ricordo le prime sperimentazioni sulla pornografia che abbiamo fatto al Forte, che anno era?”, chiedo a Silvia che mi sorride nostalgica. E nostalgica pure io un po’, eravamo due stragnocche coi vestitini da barbie punk. Ora sempre belle, sia chiaro, ma reduci da lunghissimi allattamenti che ci hanno fatto tanto bene a utero e mammelle, meno a denti e cicce varie. “Parlo di Off… fine Novanta? Primi del 2000? Ti ricordi quando facevamo le porche sul letto in fondo a tutto, nella stanza a sinistra, mi sa che però tu non c'eri ancora...". "No, ma da quel momento il Forte a cominciato a interessarmi davvero", fa Silvia. "Insomma, ci riprendevamo con le videocamere? Poi veniva mandato tutto in diretta sul letto dell’altra stanza, quella dove c’era il pubblico. E le persone erano invitate a interagire con le nostre immagini proiettate. Noi, a nostra volta, osservavamo quello che facevano dai monitor e ci muovevamo di conseguenza…”.
E durante le assemblee, a Festival (Off-Festival di cinema indipendente) finito, qualcuno era felice, soddisfatto di quella esplorazione delle derive, altri un po’ più reticenti, ma quel posto, il Forte, ha fatto un sacco di strada, prima e dopo quel momento. La vera sperimentazione, artistica, sessuale, musicale, eccetera, io l’ho vista lì. Silvia pure, e come lei e me, tante e tanti di noi. Non posso fare a meno di ricordare un’altra cosa: street parade, non mi ricordo l’anno, ma ne sono passati un bel po’. Da un camion del Forte, sulle mura di via Cavour proiettavamo un video di un pompino. A farlo, il pompino, ero io. Un multipompino. Nel senso che il pene era una tra le tante cose che mi capitavano in bocca. Una penna, un telecomando, oggetti vari. Il tutto in loop, montaggio sincopato, ritmato, immagine virata al verde. Sessuale, certo, ma assolutamente destabilizzante. O detournante come piaceva definire queste cose ai Torazini. Di quelle cose che non sai se arraparti o ridere. Fatto sta che dei pischelli romani romani non poterono fare a meno di osservare: “Ammazza oh, ma che sei tu? Ammazza zzi’, da paura, sei ‘na grande!”. Bella soddisfazione, soprattutto perché ad stimarmi erano stati pischelli autenticamente coatti, di quelli che in genere tutto apprezzano di te, meno che l’intelletto.
Ecco, Silvia, Tura, Agnese, Maia, il Sexyshock, il Ladyfest… la vera rivoluzione sta in queste cose qui.
''Padre'', raccolta di racconti di Baldanzi, Tedoldi, Nazzaro, Amitrano, Cocchi, Di Leo, Martini, elliot edizioni, e' in libreria da pochi giorni. Il titolo del mio racconto e' ''Il padre di niente''.
Qui la prima recensione:
http://blog.libero.it/VincenzoAiello/view.php
quartierecertosa.blogspot.com
e' il blog del mio quartiere. venite, animatelo, commentate!
Arrivi a un punto in cui immagini di non voler condividere più nulla. Di tenere tutto per te.
Nascosto. Chiuso a chiave.
Perché attorno percepisci soltanto estraneità.
Vorresti andartene. Ma lo faresti con rammarico.
Poi accade che trovi il posto della mente.
Accade che il posto della mente diventa reale.
Sei uscito dal tuo quartiere squallido, dalla piccola città dentro alla città in cui vivevi, per approdare in un posto della mente.
Assomiglia alle grotte della tua anima. Poco illuminate, poco decorate, ma vitali, intense, diramanti energia.
Alle tue spalle palazzine e casette in scatola. Un viavai triste sotto casa, tutti attenti a rincasare per non perdersi l’inizio del reality del momento.
Alle tue spalle i posti stretti, costipati, asfissianti e puzzolenti. Alle tue spalle il 90% della topografia urbana della tua città.
Adesso stai bene, il cuore al riparo. Nutrito, condiviso.
Le energie riprendono il movimento.
La casa ha ritrovato il posto che merita, quello di un passaggio intervallato da altri. Le case degli altri, il bar, la piazza, la strada.
Il movimento viene dal basso.
Il movimento che viene dal basso risponde a un disegno divino. L’incanto e la condiscendenza ne sono le ovvie conseguenze. E chi non ne condividerà la sudditanza sarà destinato alla miseria.
Io scrivo_Laboratorio di scrittura creativa
Alessandra Amitrano e Federica De Paolis cureranno Dieci incontri dall'11 maggio all'11 giugno c/o libreria eternauta.
Sono ammessi max 12 iscritti/e.
Frequenza: lun. e gio. h 20_21.30.
Alla fine del laboratorio, gli allievi saranno invitati a presentare un racconto a tema (max 6.000 battute).
Il racconto/i migliore/i verranno letti durante la manifestazione io leggo.
Info
libreria Eternauta
via Gentile da Mogliano 184 Roma
06/27800534
eternauta@libreriaeternauta.it
Alessandra Amitrano ha pubblicato Broken Barbie (Fazi Editore, 2005), tradotto anche in spagnolo, e Mary e Joe (Fazi Editore, 2007).
Federica De Paolis ha pubblicato Lasciami andare (Fazi Editore, 2006) e Via di qui (Fazi Editore 2008).
a proposito di previsioni, un tecnico di fisica aveva previsto un sisma di grosse dimensioni ed era stato nientedimeno che denunciato
Dormivo, stanotte, quando ho sentito il letto che vibrava. Mi sono svegliata chiedendo a Luca: “Amore ma si muove il letto?”.
I cristalli appesi al soffitto sotto al lucernaio tintinnavano come se fosse appena passato uno sciame di fantasmi.
Ci siamo alzati, i lampadari oscillavano.
Ma nessun cane aveva abbaiato.
A Napoli, nell’Ottanta, erano stati i cani ad avvertirci. Loro abbaiano a cominciare da intere manciate di secondi prima del terremoto.
Federica ieri sera mi ha scritto che sentiva le tigri.
Le percezioni sono fondamentali, dobbiamo imparare a interpretarle oltre che ad ascoltarle. Ma, seppure fosse stata la più grande delle sciamane, come avrebbe fatto a mobilitare l’Abruzzo? L’avrebbero presa per matta, nessuno sarebbe stato a sentirla.
Un’umanità che non ascolta i suoi istinti animali, le sue percezioni più profonde, mi fa più paura del terremoto.
Nell’Ottanta eravamo in corridoio, mio fratello e io. Era domenica, la casa piena di parenti. Angelo stava sul triciclo. Il triciclo prese velocità, il pavimento era inclinato.
“Tutti giù, scendiamo tutti! Nessuno prenda l’ascensore, scendiamo per le scale”, che ondeggiavano a destra e a sinistra come una barca in mezzo a una tempesta.
Entrai in camera di mio padre e iniziai a stanarla a tappeto. Dentro ero molto agitata, ma cercavo di essere più silenziosa possibile. La mia testa sembrava la cascata del Niagara senza rumore. Dopo un po’ che cercavo, dentro a un mobiletto trovai degli strani oggetti. Un set di utensili assortiti, concepiti per un uso inequivocabilmente sessuale.
Per anni la cosa che mi sono chiesta, non era: perché usava quelle porcherie? Ma: come le usava? E con chi?
Ho immaginato, dal momento che la stanza si trovava di fonte alla camera dei suoi genitori, che mio padre usasse quegli arnesi con la madre. Ho immaginato un teatrino di disgustose varianti pornografiche tra lui, lei, le cameriere e i preti a cui mia nonna era tanto devota.
Sfondo di quelle depravate vignette non era però la stanza di mio padre, nemmeno quella dei miei nonni, ma il salottino a cui la nonna teneva tanto, il salottino che restava sempre chiuso a chiave, uno scenario barocco, tutto rosso e oro.